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  • VOTARE SANDRA SAVINO VUOL DIRE UCCIDERE ANCORA ROMOLI

    Non è possibile dimenticare l'oltraggio subito da Ettore Romoli, in punto di morte, per volontà di Sandra Savino e dei suoi più stretti collaboratori. Ricostruiamo brevemente i fatti, anche se noti: Il 12 giugno del 2018 più che per i risultati elettorali (decisamente scadenti), la coordinatrice regionale di Forza Italia fa parlare di sé per l’inopportunità (soprattutto dal punto di vista della tempistica) delle sue azioni. Sandra Savino non ha perso tempo per regolare i conti interni al partito e approfittando del ricovero del presidente del Consiglio regionale Ettore Romoli (che da una settimana lotta tra la vita e la morte nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale di Udine) ha pensato bene di "farlo fuori" da Forza Italia. Un’azione condannata da molti forzisti e dalla stessa famiglia di Romoli, che in una lettera aperta ha duramente criticato Savino. «Abbiamo assistito sgomenti nelle ultime ore agli attacchi sempre più violenti e spietati che la coordinatrice regionale di Forza Italia Sandra Savino ha rivolto a nostro padre ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Udine. Oggi si è arrivati all’ultimo oltraggio: l’espulsione da Forza Italia con l’accusa di essere ‘troppo indipendente’,  troppo al di sopra delle parti. Noi, i suoi figli – scrivono Andrea e Francesca Romoli – siamo fieri del fatto che  Ettore Romoli, prima che uomo di partito, sia un servitore delle istituzioni come confermato dal consenso ampio e trasversale che l’ha portato alla guida del Consiglio regionale, anche con i voti dei partiti di opposizione. Siamo orgogliosi che nostro padre sia uno che pensa sempre con la sua testa, e che quella testa non sia stato mai disposto a piegarla davanti a niente e nessuno, nemmeno nei giorni del dolore e della fragilità. Se queste sono le colpe di papà siamo immensamente onorati che sia processato e saremo sempre accanto  a lui – aggiungono – certi che molti altri ci accompagneranno. Adesso però intimiamo alla signora Savino, che non chiamiamo onorevole perché nulla vi è ‘onorevole’ in chi infierisce su un uomo malato e sulla sua famiglia, di piantarla immediatamente. Mio padre è dove è adesso perché è rimasto al suo posto fino all’ultimo istante possibile,  proprio per impedire che la comunità umana e politica che ha contribuito a creare in questi 25 anni venisse cancellata da miserevoli giochi di potere. Chiediamo che la coordinatrice regionale di Forza Italia fermi immediatamente questo abominio: nostro padre sta combattendo per la sua vita e se le notizie di questa immonda canea dovessero raggiungerlo le conseguenze sulla sua salute potrebbero essere imprevedibili! Saranno i cittadini della nostra regione – concludono – a giudicare la vergogna che si è perpetrata in questi giorni ma le centinaia di messaggi e telefonate che stiamo ricevendo ci fanno capire di quando affetto, rispetto e considerazione mio padre sia circondato». Due giorni dopo, il 14 giugno 2018,Ettore Romoli muore. Il funerale è un atto d’accusa contro Giulio Camber, Sandra Savino, Riccardo Riccardi. Un atto politico violento, gravido di conseguenze. La morte di Ettore Romoli lascia dietro di sé l’invettiva, chiara e pesantissima, che il figlio Andrea ha sollevato in chiesa nella sua orazione funebre paragonando i vertici di Forza Italia agli «sciacalli». Sul banco degli imputati ci sono la coordinatrice regionale di Fi, Sandra Savino, data in difficoltà a Roma dove l’eco del caso è arrivato eccome, il senatore Giulio Camber che sabato mattina, 16 giugno, all’apertura della camera ardente ha tentato di portare l’ultimo saluto al “leone di Gorizia”, ma è stato allontanato da Andrea come pure il fratello Piero, il vice presidente della giunta regionale, Riccardo Riccardi, che, sempre sabato, dopo aver ricevuto la telefonata del sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, è rimasto a Udine. Se si fosse presentato in chiesa avrebbe rischiato i fischi. Dietrofront pure di Roberto Novelli che ha assistito alla cacciata dei due Camber. La telefonata di Silvio Berlusconi, infatti, non si è fatta attendere. Il cavaliere ha composto il numero di Andrea Romoli prima che la salma giungesse al teatro Verdi dove era stata allestita la camera ardente: «Mi ha chiamato, siamo stati mezz’ora al telefono, si è scusato per la sua mancata partecipazione al funerale. Era sincero». Andrea non rivela il contenuto della conversazione. Preferisce tornare sulla figura del padre e oltre al caso Baiutti ricorda anche come il vecchio leone avesse assunto pure Michel Mucci, l’addetto di segreteria licenziato da Fi sette ore dopo dall’ultimo respiro di Romoli. Partendo da questi fatti, Andrea, in chiesa, ha processato i detrattori del genitore. L’ha fatto spiegando perché il padre, quattro mesi prima, non si era voluto sottoporre all’intervento chirurgico che l’avrebbe salvato: «Sapeva che se si fosse mostrato debole e fragile i suoi nemici, gli sciacalli che non aspettavano altro che vedere il vecchio leone in difficoltà, gli si sarebbero buttati addosso». Andrea ha detto che l’unica colpa del papà è stata il «non volersi piegare a meschine logiche di potere. Per Ettore Romoli non c’erano parti politiche, c’erano uomini capaci o meno, c’erano le istituzioni da garantire ad ogni costo e c’eravamo noi la sua famiglia da proteggere e far prosperare». Andrea Romoli ritiene Riccardi responsabile «del licenziamento di Mucci: non vedo Fedriga – spiega ricordando la commozione celata a stento dal governatore in chiesa – capace di fare una cosa del genere. Fedriga ha voluto mio padre al suo fianco perché aveva bisogno di lui».

     

     

     

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