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DUBBI SUI CONTROLLI DEL DIRETTORE DI DISTRETTO UDINESE CANCIANI

LA LETTERA SFOGO DI CARLO BRESSAN

Egregi signori del Piccolo e del Messaggero Veneto, ritengo di rendervi servizio segnalandovi un articolo apparso il 7 dicembre su La Repubblica, titolato “Un tassista prende a pugni un passeggero”. Bene. In esso non compare né il nome della vittima né quello dell’aggressore, giustamente tutelati da una opportuna attenzione per quella privacy cui ogni cittadino, anche quando delinque, ha diritto. Ma altri infiniti esempi li potrete trovare sulle pagine del vostro giornale: mai vengono nominati gli autori di omicidi stradali, di violenze domestiche, di molestie sessuali etc, né tantomeno quello delle loro vittime. Ineccepibile, per quanto riguardo la deontologia professionale ed il rispetto della legge: al massimo le iniziali… Per me invece queste doverose cautele non sono state adottate. “Sbatti il mostro in prima pagina” vi siete detti. E senza effettuare verifiche, senza consultare le fonti, senza interpellare la parte lesa, avete celebrato un processo sommario ed esposto alla berlina il presunto colpevole, sulla semplice base di un post, dettato da rancore e risentimento personale, pubblicato su Facebook. Così procedono in effetti gli haters che affollano i social. Così procedeva la Stasi della DDR, come ne La vita degli altri, che avrete senz’altro visto. Appunto. La vita degli altri, la vita di 25 anni fa, la Mia VITA, che avete frugato cercandovi con compiacimento morboso sporcizia ed errori, con il gusto di meschini dissacratori intenti a demolire ed imbrattare l’immagine di una persona per bene. Come dire: “vedi: anche il più pulito c’ha la rogna”. Sicché quelle garanzie che anche ad uno stupratore sono concesse per me non hanno avuto corso ed effetto.
Non tutti hanno apprezzato il trattamento che mi avete riservato, teso a frugare tra la spazzatura pur di gettarmi fango addosso.
Vi cito ad esempio il messaggio che mi ha inviato l’avvocato Gianfranco Carbone, uno dei sei avvocati che mi hanno contattato dopo la pubblicazione dell’edificante ritratto che di me avete fatto nell’articolo del 20 ottobre:
“Non conosco le vicende familiari di Carlo né mi interessa saperle e parlarne. Di questi tempi capita che una figlia o un figlio rovescino su FB il loro risentimento nei confronti dei genitori: tanto è una piazza libera aperta ad ogni scritto corsaro. Che degli insulti diventino una mezza pagina di giornale (non solo il Messaggero ma anche Il Piccolo) è una cosa fuori dal mondo che si spiega solo con questo clima infame per cui ogni denuncia, anche di comportamenti violenti, deve essere vera a prescindere. A Carlo un abbraccio perché, questa volta, è lui la vittima di una stampa che, come FB, è diventata la buca dei messaggi che propagano livori personali e collettivi. Tempi così.”
Detto questo comunque, per distinguere le diverse responsabilità e non fare d’ogni erba un fascio, debbo precisare che il sig. Enrico Grazioli, a differenza del direttore Omar Monastier, non ha avuto né l’educazione, né il coraggio di rispondermi al telefono. Un comportamento che dà la misura dello spessore civile ed umano del personaggio. In ogni caso entrambi risponderete del vostro comportamento professionale. Come già saprete ho inviato un esposto all’Ordine dei giornalisti. Seguiranno le opportune azioni di rivalsa in sede penale ed amministrativa: perché se non siete sensibili al vostro onore ed alla vostra dignità, forse sarete più attenti alla tutela del vostro portafoglio. Saluti da Pik Badaluk, alias Carlo Bressan.