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VERITA' PER QUATTROCCHI E I SETTE MARITTIMI

Il 25 febbraio 2016 l'allora sindaco Furio Honsell, attualmente consigliere regionale della sinistra, fece esporre sul balcone del Municipio lo striscione di Amnesty International. "Chiedere la verità e la giustizia sul caso Regeni è la risposta più civile che si possa dare a un gesto di indicibile orrore e barbarie" - affermò in quell'occasione un Furio Honsell con tanto di fascia tricolore (vedi foto). Il 20 giugno Pd e sinistra udinese hanno depositato una mozione, in vista del prossimo consiglio comunale del 28 giugno, affinchè il Comune di Udine continui a chiedere Verità e giustizia per Giulio Regeni e quindi si mantenga esposto lo striscione fuori da Palazzo D'Aronco. Ma quanti italiani uccisi non hanno mai visto il fermo dei loro assassini? E' il 1992: una sentenza che chiude definitivamente la storia giudiziaria della spaventosa mattanza del mercantile Lucina. Una sentenza che però non convince e che lascia in piedi tutti gli interrogativi sul massacro dei sette marittimi italiani, avvenuto nel porto di Djendjen, a circa 300 chilometri da Algeri, la notte tra il 6 e il 7 luglio del 1994. Per i giudici algerini si trattò di un'esecuzione voluta dai fondamentalisti islamici del Gia. Un sanguinoso capitolo della terribile guerra civile che stava dilaniando il paese nordafricano. Il processo d'appello, come quello di primo grado, si è bruciato in appena due giorni. Due soli giorni per confernare la condanna a morte del principale imputato, Draa Chabanne. L'uomo che, con il volto tumefatto, confessò davanti alle telecamere della televisione di Stato, ma che, nel corso del processo di primo grado, celebrato nel giugno di tre anni fa, ritrattò tutto, dicendo di essere stato costretto ad autoaccusarsi dopo giorni di atroci torture. Confermate le pene anche per gli altri imputati, accusati di far parte del Gia. Della sentenza, ignorata dai giornali governativi, si è avuta notizia da alcuni organi di stampa privati. La strage dei sette marinai italiani del mercantile Lucina avvenne nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1994. Furono trovati tutti con la gola squarciata: sei nelle loro cuccette, uno che forse si era accorto di quanto stava accadendo, in un corridoio. A scoprire l'eccidio era stato, la mattina alle 7, un portuale insospettito per l'assenza di segni di vita sulla nave di proprietà della società `Sagittario' di Monte Procida, giunta da Cagliari il giorno prima, con un carico di duemila tonnellate di semola per il cus-cus. Il mercantile in quegli anni veniva utilizzato dall'imprenditore cagliaritano Massimo Cellino. Il comandante della nave si chiamava Salvatore Scotto, aveva 34 anni ed era di Napoli. Gli altri membri dell'equipaggio erano Antonio Scotto Cavina (49 anni, di Monte Procida), Antonio Schiano Di Cola (40 anni, di Procida), Gerardo Esposito (48 anni, anche lui di Procida), Domenico Schillaci (24 anni, di Agrigento), Andrea Maltese (38 anni, di Trapani) e Gerardo Russo (27 anni, di Torre del Greco). La fine di Quattrocchi è la parte più chiara e conosciuta della sua storia. Il 14 aprile – due, forse tre giorni dopo il suo rapimento – Fabrizio Quattrocchi venne portato dai suoi sequestratori in un campo nella periferia di Baghdad. In un video diffuso dai sequestratori si vede Quattrocchi con le mani legate e una sciarpa a coprirgli la testa. Viene fatto inginocchiare in una fossa, forse il cratere di una bomba. Toccandosi la sciarpa dice con una voce tranquilla: «Posso levarmela?». Poi aggiunge: «Così vi faccio vedere come muore un italiano». Pochi istanti dopo uno dei sequestratori spara alcuni colpi e lo colpisce al petto e alla testa. Il video è stato trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo. Due anni dopo, nel 2006, Quattrocchi ricevette la medaglia d’oro al valore civile per il coraggio dimostrato pochi istanti prima di essere assassinato. Quasi tutto il resto di questa storia, però, quattordici anni dopo è ancora poco chiaro.