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IL VICE PRESIDENTE DE LA QUIETE SMASCHERA IL DIRETTORE GENERALE GUARNERI

PER BERTOSSI E IACOP IL DANNO ERARIALE FA CURRICULUM

Per quanti sostengono con entusiasmo la candidatura a sindaco di Udine dell'ex assessore regionale della Giunta Illy, Enrico Bertossi (vedi foto), il significato della condanna è di poco conto; al contrario per gli occhi attenti della Procura contabile si trattò di un atto sanzionabile. Condanna che vide coinvolti tutti gli allora assessori di Illy, compreso l'attuale presidente del Consiglio regionale Franco Iacop (vedi foto) che oggi aspira alla guida della Regione Fvg. L'ex governatore triestino in seguito a questa condanna, compì un gesto da galantuomo e si dimise dalla paritetica uscendo definitivamente dalla scena politica. Bertossi, più o meno nello stesso periodò, si fece nominare dalla Serracchiani presidente di Informest, rientrando nell'agone politico. Questi i fatti:

Nel 2014 la prima sezione giurisdizionale centrale della Corte dei conti ha condannato l’ex governatore del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, al pagamento di 700 mila euro assieme a tutta la sua giunta regionale di centrosinistra, che ha amministrato dal 2003 al 2008. In primo grado nel 2012, le accuse della Procura regionale contabile, che riguardavano la vendita di due immobili di proprietà della Regione, erano state respinte per il mancato raggiungimento di prova della colpa grave. I pm contabili valutarono il danno in 960mila euro, ma i giudici non accolsero le loro tesi e assolsero gli amministratori. Successivamente i magistrati di secondo grado hanno rivisto la sentenza e deciso che la somma da restituire sarà di 700 mila euro. Ogni membro della giunta dovette pagarne il 10%. Gli assessori coinvolti oltre al presidente furono Gianfranco Moretton, Augusto Antonucci, Ezio Beltrame, Enrico Bertossi (poi nominato presidente di Informest da Debora Serracchiani), Roberto Cosolini , Franco Iacop (attualmente presidente del consiglio regionale Fvg in quota Pd), Enzo Marsilio, Gianni Pecol Cominotto, Ludovico Sonego.  Al centro del giudizio “c’era la ridefinizione, da parte di componenti della giunta regionale Friuli Venezia Giulia, della procedura per la vendita degli immobili di proprietà regionale”. Questa ridefinizione, avvenuta con la delibera 721 del 2004, secondo l’accusa era in contrasto con la legge regionale che disciplina “la vendita a trattativa privata degli immobili rimasti invenduti dopo le aste pubbliche”. La legge regionale 57 del 1971 infatti, prevede che dopo un certo numero di aste pubbliche andate deserte, la Regione poteva iniziare delle trattative private per la vendita, ma senza scendere oltre una determinata soglia minima. Ma secondo i giudici contabili di secondo grado, con la delibera del 2004 questa soglia non veniva rispettata. In particolare, dopo e a causa della delibera del 2004, si verificarono due vendite cheportarono un danno erariale, secondo la accusa, di 960mila euro. Il primo caso risale al 2007: “Nell’ambito del programma di dismissione dei beni immobili pubblici della regione Friuli Venezia Giulia – si legge nella sentenza della Prima Sezione – venivano venduti diversi immobili, tra i quali l’ex centrale Ersa di San Vito al Tagliamento”. In quel caso, dice la sentenza, la Regione subiva “un danno di 167. 900 euro”. L’immobile infatti era stato venduto (seguendo la delibera del 2004 fatta dalla stessa giunta Illy) a 184mila euro invece che 351.900, ovvero la soglia minima prevista dalla legge del 1971. Peraltro l’immobile alla prima asta era partito dalla cifra di 690mila euro. Sempre nell’ambito del programma di dismissione dei beni immobili, nel 2007 veniva venduto anche l’ex ospedale civile di Palmanova. Anche in quel caso si passò da un prezzo d’asta iniziale di 3,3 milioni di euro, agli 890 mila euro al momento della vendita finale tramite trattativa privata. Secondo la legge del 1971 la soglia minima in questo caso avrebbe dovuto essere, secondo l’accusa, di 1 milione 683 mila euro. Da ciò un danno di 793 mila euro. I giudici contabili hanno dunque ora ritenuto fondata la tesi dell’accusa: la giunta Illy con la sua delibera del 2004, messa poi in pratica con le due vendite, è andato contro la legge del 1971. Una norma di salvaguardia degli interessi pubblici, si legge nella sentenza, “che potrebbero essere pregiudicati da operazioni disinvolte che non tengano conto dei valori reali di mercato degli immobili in oggetto di cessione e conducano a svendite particolarmente vantaggiose per i privati a scapito dell’erario pubblico”.  Il collegio che ha condannato al pagamento Illy e i suoi assessori, decise di ridurre la cifra da 960mila a 700mila “tenuto conto della circostanza obiettiva dei vantaggi economici comunque conseguiti dalla Regione a seguito della vendita degli immobili, nonché della flessibilità dei valori di mercato in diminuzione”. (Tratto da Il Fatto Quotidiano 11/4/2014)